Nuova Vita 291 - Empatia

Nuova Vita 291 - Empatia

Episode 291|19. led 2014

Nuova Vita

Conversazione numero: 291

Empatia

Conversazione con il Dot. Michael Laitman del: 19/01/2014

Oren: Buona giornata a tutti e grazie di essere con noi in questa serie di programmi, salve Rav Laitman e salve a Nitzah Mazos; vogliamo fare un viaggio nel mondo dell’intelletto, del pensiero e del sentimento e comprendere cos’è l’intelligenza del sentimento, Nitzah incominciamo?

Nitzah: L’argomento dell’intelligenza del sentimento si è sviluppato molto in questi ultimi anni, da circa 30 anni, ed è molto più importante dell’intelligenza stessa, adesso c’è anche un desiderio di controllare se le persone hanno questo tipo di intelligenza, studiare se i bambini con questo tipo di intelligenza hanno molta più facilità nella società, sono più felici, riescono di più. Ad esempio come affrontiamo tutto questo nel posto di lavoro? Adesso non basta essere molto bravo nel tuo mestiere se tu non hai l’intelligenza del sentimento, la capacità di vedere il bene del prossimo, preoccuparsi per gli altri, vedere il bene del sistema, quindi ti puoi trovare anche al di fuori di questo sistema, anche se sei molto bravo. Questo è un argomento molto interessante, l’intelligenza del sentimento ha moltissime definizioni, una delle quali è che c’è la capacità di percepire noi stessi e riuscire a dominare, usare i nostri sentimenti e riuscire a sentire il prossimo, ma qual è il tuo modo di definirla?

Come al solito, tutto inizia dal nostro ego che si sviluppa nel corso di migliaia di anni e ci ha obbligato, da centinaia di anni, a sviluppare l’industria, l’economia, il commercio e così abbiamo costruito fabbriche, non si parla più solo di uno che è sarto, calzolaio, lavora da solo o si prende cura del suo pezzo di terreno; si tratta di molte persone che operano per fare qualcosa assieme e c’è bisogno di soldi, di collegarsi a molte origini, a moltissime cose, comincia tutto ad essere organizzato in gruppi. Prima l’uomo stava in qualche posto da solo, adesso non succede più così, ci sono anche scienziati che lavorano insieme, decine e decine di scienziati che devono mantenere un contatto l’uno con l’altro e non si può lavorare in modo giusto se non c’è un collegamento tra di loro. Non è come prima, quindi pubblicano tutto ciò che fanno su internet o in articoli, e anche nelle varie università è necessario essere collegati per non sperperare soldi. Vediamo che adesso tutto giunge da una situazione in cui molte persone lavorano insieme per ottenere delle cose, tecnici, ingegneri, gruppi dirigenti che hanno sotto di loro una decina di persone e insieme decidono cosa fare. Se un posto di lavoro è buono si vede anche dal fatto che fanno incontri dalla mattina alla sera e parlano. Da una parte, possiamo non comprendere cosa succede, però tutte le persone comprendono che oggi senza un collegamento fra tutti, senza fare un brainstorming dei pensieri per arrivare ad una soluzione tutti insieme, non otteniamo niente. Quindi, in conformità a questo, arriva un’esigenza nuova rispetto a tutto il personale di lavoro, persino quando si parla di operai normali, essi devono percepire dove lavorano, il gruppo, il posto di lavoro, da dove giungono, il loro reparto e tutte le persone che lo compongono. Quindi, quando noi cerchiamo di assumere delle persone, osserviamo non solo l’aspetto del mestiere ma anche se psicologicamente hanno la capacità di essere collegati con il prossimo, la massa, le persone, fino a quanto il suo collegamento con le persone è importante o meno rispetto alla sua capacità nel mestiere specifico. Vediamo che ultimamente, a dire la verità, ci sono molti problemi in questo campo, negli anni ottanta e novanta è andato tutto bene ma, dall’inizio del secolo in poi, vediamo che le persone non riescono a collegarsi l’una all’altra, non ne sono capaci, è come se non avessero forze, prive del desiderio interiore di fare qualcosa. Non hanno un perché, qualcosa che li spinga a collegarsi in un lavoro di gruppo, una collettività, come una specie di comunità nella quale lavoriamo per fare qualcosa insieme, ma è l’opposto: scoprono in loro un ego talmente grande che non sono capaci di fare niente uno con l’altro se non disprezzare il prossimo, in modo più o meno sofisticato o anche in modo grezzo, volgare; lo vediamo in tutti i posti di lavoro. Vediamo che i dirigenti non sanno cosa fare a proposito.

Nitzah: Su quello che succede in questo caso è stata fatta una ricerca molto interessante nell’Università del Michigan, in America, è una ricerca fatta nell’ambito di 30 anni, terminata poco tempo fa. Hanno studiato tutto riguardo l’empatia, la capacità dell’uomo di immedesimarsi nell’altro e reagire in conformità a questo. La ricerca ha mostrato che negli ultimi dieci anni c’è una diminuzione del 50% della sensazione di empatia, hanno controllato soprattutto studenti che avevano meno di trent’anni. C’è la sensazione proprio che l’empatia stia sparendo.

Lo vediamo anche all’asilo che c’è questa cosa…e anche tu, caro signore, non vuoi conoscere i tuoi vicini...

Oren: Sì, ho dei vicini nuovi adesso.

Noi ora siamo così in ogni posto, non solo al lavoro, perché voglio dirlo così? Perché anche in famiglia succede, in ogni cosa, in ogni posto, questo proviene dalla nostra natura che ci ha portato a una situazione tale, non è che abbiamo fatto qualcosa in noi.

Nitzah: No, è una tendenza generale in tutto il mondo ma questa ricerca ha controllato tutto ciò nell’ambito di 30 anni. Vorrei chiarire delle domande che sono risultate da questa ricerca. Allora la domanda è: come siamo arrivati a questa situazione? Una delle possibilità è che stiamo di più nel mondo virtuale e così si esprime meno sentimento; una volta le persone leggevano più libri e si dice che leggendo si ha la capacità di immedesimarsi nei vari protagonisti del libro, sviluppa qualcosa nell’uomo.

Anche i libri erano diversi, si può dire anche che i film prendono il posto dei libri, però al loro livello: gli argomenti che trattano sono così bassi!

Nitzah: La domanda è se c’è qualcosa in noi in quanto umanità che sta cambiando.

Noi diventiamo sempre più superficiali. Tutti, nel corso della nostra vita, abbiamo letto almeno un libro, perlomeno favole, Tom Sawyer; ogni persona quando legge lo stesso testo, si immagina scene del tutto diverse della loro vita, se ognuno di noi legge un libro ha una immaginazione interiore che lo sviluppa: il luogo dove tutto accade, vicino al Mississipi, in questo caso, Tom Sawyer è così. Ricordi delle scene, persone, tu sentivi o avevi paura leggendo questo libro. Se però noi leggiamo un libro e poi vediamo il film, tu hai la stessa sensazione? No, sembra sempre migliore il libro del film. Qualcuno ha preso un testo e ha fatto un film, diciamo prendendoci, rubandoci tutte le nostre sensazioni, tutte le immaginazioni. I bambini che oggi non leggono ma vedono un film pronto e ricevono tutte queste cose pronte, dov’è il loro sviluppo interiore? Dove sono le situazioni in cui io vedo il film in me e immagino tante cose come dovrebbero essere? non c’è questo per la nuova generazione, è impossibile cambiare un libro: un libro non si può cambiare in qualche altra cosa. Noi pensiamo, invece, di leggere per una settimana un grande libro, ma in un’ora e mezza lo vediamo in film, ma non è la stessa cosa, si tratta del fatto che io, con questo, non mi trovo dentro una parte creativa. Il libro obbliga a immaginarci la situazione e questo oggi non succede. Lo vediamo con i nostri figli: come stai? Stai bene? “Sto bene”, “sto male”. E’ un dialogo molto superficiale, è come con lo schermo, è così anche rispetto ai sentimenti: una situazione molto difficile, non hanno la capacità di esprimere le sensazioni; come nel computer uno, zero (nel sistema binario c’è una successione di 1 e 0). Così, se parliamo di un collegamento, loro non sentono che gli manca questo collegamento, perché non hanno sviluppato in loro le nostre fantasie, ciò che abbiamo sviluppato in noi leggendo libri o altre cose; oggi no, anche il teatro non è così profondo come una volta, è più tecnico.

Ne consegue che non giungiamo a questo, quindi non possiamo nemmeno lamentarci, neanche nel posto di lavoro, riguardo i valori nel posto di lavoro, l’empatia, non sembra tanto importante, perché il mondo interiore dell’immaginazione non esige da loro questo collegamento col prossimo.

Nitzah: Tu colleghi il mondo dell’immaginazione all’empatia?

Sì, perché quando le persone arrivano al posto di lavoro non sentono. Dicono: dimmi cosa devo fare! Ma se devi collegarti sentimentalmente ad altre persone, questo non esiste! Semplicemente non esiste per loro, non è sentita come una necessità, una mancanza, non c’è interesse per questo. Fra un po’ anche i dirigenti cambieranno, ci sono ancora dei dirigenti che sono dei dinosauri della generazione precedente, ma ora, invece di collegarsi l’uno all’altro aggiungeranno dei programmi con dei computer e così via. Noi ci siamo allontanati, col nostro ego che cresce sempre; ci siamo talmente allontanati dal sentirci, percepirci a vicenda, rispetto ai barbari che eravamo migliaia di anni fa, che si sentivano molto di più, percepivano molto di più la natura. Noi non percepiamo la natura come si percepiva una volta, a volte ci sono delle persone che sentono la natura, però noi no, non la sentiamo più, non abbiamo questo collegamento, abbiamo perso il sentimento.

Nitzah: C’è chi dice che l’empatia è una spinta che c’è dalla nascita ma è influenzata dall’ambiente, se le persone vivono in un posto dove l’empatia si può sviluppare va bene, sennò no.

Dipende da dove l’uomo è nato, come è nato e come lo hanno educato, può essere una persona che sente molto la natura, però se gli diamo il meglio, tutto ciò di cui ha bisogno, non avrà necessità di cercare; allora lui non sentirà la necessità di cercare il prossimo, non sentirà che il prossimo ha qualcosa che lui non ha o cose del genere, non avrà nemmeno il pensiero di considerarlo, di pensare a come il prossimo gli sembra, non avrà nemmeno sentimento e quello che non viene nel sentimento non viene nemmeno nell’immaginazione e nel pensiero.

Nitzah: Se ci penso, vedo che l’argomento dell’immaginazione è qualcosa di eccezionale, però l’immaginazione è un mezzo che può sviluppare in noi la sensibilità, l’empatia, l’intelligenza del sentimento, è possibile usare in modo giusto l’immaginazione per sviluppare la qualità dell’empatia?

L’immaginazione… tutto ciò che avremmo voluto vedere...tutto ciò che avremmo voluto fare…senza l’immaginazione noi non saremmo niente, persino gli animali hanno un’immaginazione. È come io percepisco, vedo, immagino me stesso nella situazione a venire, questa è in effetti la mia immaginazione. Io parlo di come l’immaginazione opera rispetto al futuro, non dipende tanto dal passato o dal futuro ma dalla situazione desiderata, è un gioco, non esiste veramente, io immagino il futuro, incomincio a giocare a questo pensando a cosa devo fare per arrivare a qualcosa. Questo è il gioco: quando io mi voglio portare in una situazione che non esiste ancora.

Oren: Puoi fare un esempio?

Diciamo che io immagino qualcosa, la penso, me la descrivo, torno alla stessa forma sì, no, in che modo, poi incomincio a immaginare, la disegno su un foglio, poi quando penso a cosa è, costruisco tutto in un modo corretto, in forma geometrica, lo faccio diventare un quadro, diciamo, lo passo su una tela. L’immaginazione opera in tutto questo in modo molto forte, cosa è in effetti l’arte? Arte vuol dire che io posso realizzare la mia immaginazione, posso portare qualcosa alla forma che io immaginavo, ho la capacità tecnica di creare quello che avevo nella mia immaginazione.

Nitzah: Sì, c’è questo detto molto conosciuto: tutto ciò che tu puoi immaginarti è vero.

Perché qualcosa sia vero nella realtà, l’immaginazione costruisce e noi non dobbiamo fare altro che tutto questo si realizzi davanti a noi, e lo potremo realizzare con le mani e con i piedi.

Nitzah: Se adesso noi leggiamo meno, i nostri sentimenti sono meno ricchi, abbiamo qualcosa che non ci dà la possibilità di vedere l’orizzonte?

Sì, perché in questo periodo non sviluppiamo l’immaginazione, anche l’educazione è qualcosa di molto superficiale: studia questo, rispondi questo, cosa immaginano i bambini oggi? Loro vedono tutto davanti a loro, tu vuoi vedere l’America? Vai a vedere un film sull’America. Vuoi vedere come si va, vuoi andare in aereo? Puoi vedere come vai in aereo. L’immaginazione è il desiderio di ottenere quello che tu vuoi, ma non c’è quasi niente che tu vuoi, tutto si trova già. Qualcosa che completi l’immaginazione, che mi aiuti ad immaginare la situazione in cui voglio vivere, però oggi in Internet c’è tutto, io entro in tutto, ottengo tutto, si trova tutto davanti a me, su Internet vedo tutto e basta. Di che immaginazione si può parlare oggi? Cosa manca oggi? Non manca niente, è l’opposto: ti ottura tutta l’immaginazione possibile, diventi stupido.

Nitzah- questo abbassa la possibilità dell’uomo di percepire con sentimento il prossimo?

Certo, perché io non sono attirato ad uscire da me stesso, incominciare a conoscere il prossimo e scoprire nel prossimo delle cose nuove. Cosa posso scoprire? Se entro in Internet ho tutto davanti a me, cosa posso ricavare da te? I tuoi sentimenti, i tuoi pensieri, i tuoi desideri, a cosa mi servono? Ho i miei desideri e la risposta è su Internet. Oggi, poi, non c’è solo Internet, ma hai anche droghe, tranquillanti, tutto si trova per farti tranquillizzare. Come possiamo nei posti di lavoro esigere dall’uomo di collegarsi al prossimo, un’empatia? Che empatia, che simpatia? Non ho niente, non ne ho bisogno, non lo sviluppa. Quando vado fuori, mi trovo per la strada, vedo che ognuno non osserva gli altri, ognuno pensa solo a come andare dove deve andare e nient’altro. Anche coi tuoi vicini ti chiudi, vivi nella tua casa, nel tuo appartamento e non ti apri ai vicini, e anche i bambini negli asili non si collegano tanto uno con l’altro. Non so fino a che punto facciano questi giochi di collegamento, perché ora non è più come nella generazione precedente in cui si giocava assieme, ognuno aiutava l’altro; si giocava assieme perché non c’erano tanti giochi come ci sono oggi. Noi passiamo delle fasi, quindi ci è vietato misurare questa generazione con i modi di misurare la generazione precedente: la differenza tra le generazioni è estrema.

Nitzah: Quindi non bisogna cercare l’empatia?

Secondo le ricerche questo è giusto, non bisogna tralasciarlo, ma è possibile cercare di sviluppare l’empatia? Tu mi chiedi come si può svilupparla, è qualcosa di molto semplice: mettiamo delle persone in un posto chiuso e ci sarà una situazione in cui loro possono salvarsi solo se sono dipendenti l’una dall’altra.

Nitzah: Ma non è empatia, è per necessità, una necessità nei momenti di stress.

Sì, anche nella ricerche hanno mostrato che è molto più facile avere empatia quando c’è un estremo bisogno di qualcosa, c’è uno stress. Se la mia situazione dipende dalla tua, allora svilupperò di sicuro l’empatia, se io so che tu o lui potete salvarmi, allora non ho altra possibilità, il tuo bene e il suo bene sono importanti perché se voi vivrete potrete salvarmi.

Nitzah: E allora?

E allora noi giungeremo ad una situazione tale, giungeremo a questo, perché ci saranno delle situazioni nella nostra vita, diciamo in questa nazione globale, dove saremo dipendenti l’uno dall’altro, in modo tale che nessuno può salvarsi dalla disgrazia se non essendo interdipendenti con un’empatia eccezionale.

Nitzah: Ci sono state anche delle situazioni simili fino ad oggi, anche nella nostra nazione.

No, queste sono un momento quando c’è uno stress, noi ci siamo abituati già a tutto!

Oren: lasciamo un momento la nostra nazione, mi interessa questa situazione che tu hai espresso.

Diciamo che noi tutti siamo in un posto tale dove abbiamo un tot di empatia l’uno per l’altro, niente di più, niente di meno, diciamo secondo la natura; tu dici che adesso si può, anche con mezzi artificiali, ingrandire la quantità di empatia. Tu ci hai parlato di due possibilità: la possibilità di correggere la situazione in cui siamo in un posto chiuso e ci si può salvare solamente collaborando o, all’opposto, dare la sensazione che si può guadagnare qualcosa di meraviglioso se noi attuiamo questa interdipendenza. Diciamo che noi lavoriamo in un posto: come possiamo guadagnare o perdere dall’essere assieme?

Noi lavoriamo in un posto di lavoro che è comune e dobbiamo arrivare a sviluppare qualcosa o dobbiamo lavorare a qualcosa, siamo interdipendenti ma improvvisamente non vogliamo parlarci a vicenda, io sono di cattivo umore, anche se dipendo da voi, non ho voglia di parlare con voi...

Oren: Tu hai lavorato in molti posti e sai che può succedere sì, questa situazione ferma tutto, tu dici che è possibile migliorare in modo artificiale?

Cosa vuol dire? Non artificiale! quando tu migliori da te stesso?

Oren: ho visto una ricerca secondo cui, negli Stati Uniti nell’anno 2012 la metà dei lavoratori nel posto di lavoro hanno percepito situazioni in cui hanno ricevuto dei danni, tutte cose opposte ad una cooperazione reciproca: hanno sentito l’opposto; invece di collaborare per migliorare il guadagno dell’organizzazione, le persone che vi lavoravano parlavano solamente di situazioni poco simpatiche, compreso il fatto che hanno rubato, altre cose negative e così via. In questa generazione del telefono, degli schermi, dove non ci sono più i libri, noi non percepiamo più l’uno l’altro.

Non vogliamo percepirci perché l’ego è cresciuto, io mi sento bene così!

Oren: Certo! Allora tu dici che da questa situazione nella quale ognuno è da solo e non percepisce assolutamente il prossimo, è possibile portarci avanti; però ci hai dato due possibilità: o ci sarà un pericolo comune che obbligherà a collaborare oppure un qualcosa di positivo. Diciamo che noi tre siamo in un posto di lavoro e siamo un po’ freddi l’uno rispetto all’altro, in che modo si può prendere noi tre e innalzare la situazione di collaborazione tra di noi in modo artificiale?

In modo artificiale si dà un grande premio a chi riesce a fare qualcosa, allora cominciamo a parlare tra di noi per riuscire a prendere soldi insieme o vacanze, una vacanza speciale.

Oren: Certo, però, nella società in cui viviamo, l’empatia continua a scendere, nessuno vede il prossimo.

Non può elevarsi se non a partire da una motivazione esterna.

Oren: oggi arriviamo ad una situazione che ha degli esempi: uno in Cina e uno in Israele. In Cina c’era una bambina, investita da una macchina, che è morta perché nessuno si è fermato a soccorrerla; anche qua in Israele è successa una cosa del genere, una persona ha avuto un incidente, qua vicino, e non ha avuto aiuto da nessuno. Nel lavoro io posso fare un check e tutto andrà bene anche senza empatia, io pagherò perché le persone vengano, però tu non puoi sempre pagare perché la persona venga, così è anche nei rapporti in ambito famigliare, giungiamo ad una situazione in cui l’empatia scende a zero e nessuno sente l’altro, dove sta tutta l’umanità?

Se io non la sento cosa vuoi da me? Che io mi senta male se qualcosa non va? Non so di cosa parli! se io non sento l’empatia, di cosa parli? Se tu dici a una mucca: vedi cosa mi hai fatto? La mucca non comprende, la mucca si libera dei suoi escrementi dove ha bisogno di farlo, tu dici: “ma come!?” Una mucca però non si vergogna di questo, così anche l’uomo che non sente, è come un bambino, un neonato, come un animale che fa quello che deve fare. Anche noi siamo un corpo animale e facciamo molte cose che non sono piacevoli per il prossimo e noi non lo comprendiamo, guarda come guidiamo, non dico che le persone lo fanno apposta per innalzare il loro ego: vedete come a me non interessa di nessuno! Tu sai che tutto il resto delle persone non sentono nemmeno che qualcosa non va bene, quando tu vedi la persona e gli dici “ma perché non l’hai fatto passare?” Non comprende perché avrebbe dovuto fare una cosa del genere, non sa cosa esigono da lui. Cosa rispondiamo in questo caso? Vai alla polizia, rivolgiti al mio avvocato!

Nitzah: Sì è una situazione molto preoccupante.

Sì, perché io veramente non vedo, non discerno di aver fatto qualcosa di male, non comprendo di aver fatto del male al prossimo se non è proprio un danno che si vede, ma se è un danno interiore, psicologico, sentimentale, cosa vuoi da me se non lo sento?

Nitzah: Come posso vedere, come posso distinguere quello che ho fatto?

Se io vedo le persone intorno a me non come persone vive che hanno sentimenti, pensieri, ma le vedo come immagini a teatro, come bambole, secondo la mia sensazione sono l’unica persona viva, vedo così il mondo, così sono costruito, così mi atteggio a tutti gli altri. Io li uso, li sfrutto per quanto possibile, in modo che non mi danneggino e in modo da tirar fuori il massimo beneficio per me. Così è il mondo, e se mi chiedono “perché sei così egoista?” Io non mi sento egoista: ho letto molto, tanti libri, sentito musica, sono una persona evoluta, posso parlare di tante cose, insieme a questo non percepisco che il prossimo esiste. Io entro in molti posti, vedo molte persone, vado in ristorante, in un bar a bere il caffè, non sento che loro esistono, non li prendo in considerazione, non mi prendo cura, non penso a loro, penso solamente a me stesso, fino a quanto provo sensazioni positive o negative, e secondo queste sensazioni positive o negative io mi comporto in ogni posto. Questo è il mio mondo, è il mio atteggiamento verso tutto il mondo compresi i miei genitori, i miei figli, persino loro! Con gli amici, se li ho, io so che mi atteggio a tutti in modo tale che ho empatia per chi amo e rispetto, verso chi non amo ho una sensazione di antipatia. Non posso percepire quello che voi volete che percepisca, perché è come se voi mi guardaste come si guarda un animale, un cane, che non si vergogna di essere così; forse mi manca una certa sensazione a livello di sviluppo, ma cosa posso fare? Voi avete la possibilità di esigerlo da me!?

Nitzah: Diciamo che tu lavori in un posto di lavoro dove io sono la direttrice, lo esigo, ma sono disposta a favorire un processo che aiuterà te e le persone che sono nella società che dirigo: in che modo si può sviluppare il sentimento dell’empatia?

Sì, se non ho altra possibilità e non so di cosa si tratta, a me sembra una cosa stupida, semplicemente psicologia che non considero o qualche tipo di filosofia che non c’entra niente col nostro lavoro. Diciamo che è così: non ho altra possibilità, mi obbligano e vengo. Io sento, se non ho altra possibilità, che veramente c’è un metodo che opera su di me anche se non voglio; io sono del tutto egoista, per il momento, se questo metodo può svilupparmi, può aprirmi e può cominciare a immettermi molti sentimenti, sviluppi, nuove fantasie, sentire il prossimo, sentire me stesso rispetto al prossimo e il prossimo rispetto a me; se questo è necessario farlo, voi lo farete rispetto a me, prego, non è per il mio male! Però nel frattempo io non sento di averne bisogno.

Nitzah: Io comprendo che tu hai bisogno che ci sia un sistema che ti obbliga a farlo, ma se io sono una direttrice che lo vuole veramente, perché è importante nel posto di lavoro, io dirigo le persone che lavorano in questa società perché abbiano una buona collaborazione, abbiano un buon collegamento fra loro, voglio avere un processo. Adesso io sono l’esperto che cerca di aiutare in questo posto di lavoro; cosa succede? Come si inizia?

Io dirò semplicemente: “voi sapete che per otto ore sarete nelle mie mani?” Se non hanno altre possibilità, chiederanno: “cosa vuoi fare con noi?” “Una cosa molto semplice: voi sentite quello che io dico e fate quello che io dico, esigo che voi facciate quello che siete capaci di fare, delle cose molto semplici; dovete farlo dopo di me e fare quello che vi dico”. Si siedono in circolo e cominciano a lavorare, in che modo? Ognuno dice al secondo: ciao, come stai? Parole che ognuno dice all’altro, in genere senza sentire la risposta, ognuno le dice a quello che viene dopo. Poi incominciamo a dire: oggi è martedì o lunedì, incominciamo a parlare fra di noi, ancora un po’ di frasi; le persone incominciano ad abituarsi a parlare di varie cose, ognuno parla e dice qualcosa all’altro. All’inizio, non hanno proprio la sensazione di voler guardare negli occhi l’altro, poi io chiedo di cercare di guardare il prossimo con un occhio, con l’altro occhio, con tutt’e due; poi gli fai tirare fuori la lingua, vari modi un po’ stupidi con cui le persone cominceranno ad aprirsi in un modo molto semplice, come dei bambini. Può darsi che qualcuno abbia delle difficoltà, ma io faccio qualcosa così rispetto all’altro: è possibile farlo, facciamolo! Noi li inseriamo in un certo tipo di interazione, in cose che non hanno nessuna attinenza l’una con l’altra; per esempio adesso uno dice all’altro: aahh!!!! poi “uuhh!!” ...ognuno rispetto all’altro. Quindi li mettiamo in collegamento fra loro con un certo tipo di respiri, ad esempio, non dei respiri comuni, ma che hanno un sentimento.

Nitzah: Che sentimento?

Non importa che sentimento, l’importante è che ci siano delle aperture e delle chiusure dentro di loro.

Nitzah: Dentro il mio sentimento?

Sì, delle cose non tanto importanti, poi vedremo di fare degli esempi su come noi sentiamo l’uno l’altro: ta- ta- tatata! facciamolo assieme, con delle cose del genere: applaudiamo insieme o vediamo quante dita ognuno tira fuori quando io faccio un segno, per sapere fino a quanto noi improvvisamente abbiamo il dominio di un collegamento interiore o no. Poi fra un mese, diciamo, possiamo avere delle riuscite, improvvisamente ci sarà una sensazione interiore e, anche se siamo in stanze diverse, faremo le stesse cose, quello che farà uno, farà anche l’altro.

Nitzah: Quando ci sarà questa uguaglianza?

Questo è il risultato di un collegamento interiore del sentimento, non vogliamo raggiungere questo nel posto di lavoro, però almeno un collegamento esteriore; sentirci un po’ più interiormente ma non fino a questo punto! Si può giungere a ogni cosa, posso arrivare alla sensazione che mi sento male perché so che lui si sente male: aiutatelo! È una delle paure che noi abbiamo: che il male del prossimo si attacchi a noi! Allora impareremo solo a fare del bene!

Nitzah: Non c’è problema: so che oggi ci sono molte tecniche con le quali si cerca di evitare le sensazioni negative, perché molto spesso, in un posto di lavoro, si entra e si sente una sensazione negativa.

Non conosco queste tecniche, la mia tecnica è diversa: è fare il bene e non sbarazzarsi del male; è quella di innalzarmi al di sopra del male. Noi non ricordiamo il male, mai! non esiste, non esiste nella natura, non esiste nella nostra vita, non esiste in noi, non esiste in nessuno.

Nitzah: Allora in che modo…

Questo modo di vedere, diciamo, è guasto. Siamo tutti buoni, meravigliosi, siamo tutti belli, siamo sviluppati, lo siamo tutti talmente che: di che male si parla? Noi viviamo in un mondo dove tutto è bello e buono, giochiamo con questo, ma è una fantasia.

Oren: È proprio come nei libri di cui hai detto prima, che leggevamo quando eravamo piccoli, e cominciavamo ad immaginare quello che non esisteva, non era la nostra realtà.

Ah, allora cosa sentivi quando leggevi questo libro?

Oren: Quando leggi un libro così, dopo non puoi addormentarti; ricordo che mi addormentavo col libro. Non c’è un problema quando un bambino legge un libro, ma tu hai detto che ci porti avanti nel nostro posto di lavoro...

Allora, tu sentirai che tutto va bene, nel frattempo lavorerai, guadagnerai, tutto sarà in una fantasia bella e buona. Cosa c’è di male in questa verità? Puoi dire che è una fantasia, ma ti darà una sensazione positiva, improvvisamente tua moglie è perfetta, i bambini sono perfetti, al lavoro tutti sono perfetti.

Oren: Io non voglio la fantasia, voglio una moglie perfetta, che sia veramente tutto perfetto al lavoro, non voglio la fantasia.

Se voi vi atteggerete in questo modo l’uno con l’altro, così sarà. Secondo cosa tu misuri, ora, se è perfetta o no?

Oren: Io la mattina vedo te e Nitzah e dico: oh, perché sono giunto in questo posto!? Se avessi potuto cambiare posto di lavoro, l’avrei fatto, ma sono qua; non è una fantasia ma è cattivo umore, sono arrivato col buonumore, poi improvvisamente è diventato cattivo umore.

Ma che differenza c’è tra questo e il fatto che sei entrato al posto di lavoro e ci vedi tutti come positivi e belli, che differenza c’è?

Oren: Io non lo vedo, non vedo che sono buoni.

Noi ti insegneremo a vedere tutti noi buoni e ti sentirai bene!

Oren: Che differenza c’è?

La differenza è come tu usi il tuo ego, quando dici che tutto è negativo o quando ti porti avanti in una situazione migliore.

Oren: Dov’è la verità e dov’è la bugia, io ti chiedo! Non voglio una fantasia, perché la fantasia non dice la verità.

Io ti dico che anche prima vivevi in una bugia, tu vedevi tutto con gli occhi del tuo ego: chi dice che il tuo ego è la verità? Tu sei cresciuto con lui e vedi che il tuo ego ti porta solo dispiaceri, nella vita.

Oren: Cosa hai detto che è l’immaginazione? Voglio comprendere come tutto questo opera.

Ti facciamo fare degli esercizi.

Oren: Che esercizi ad esempio?

Ti ho detto.

Oren: Andiamo avanti, fino adesso hai parlato di un po’ di cose con cui incominciamo, parliamo della fase degli esercizi.

Questa è una fase di riscaldamento, quando io smetto di vergognarmi rispetto agli altri e tiro fuori da me stesso anche forme che sembrano stupide; incomincio un esercizio per essere al di sopra del mio ego, io come un altro, siamo tutti uguali, diventiamo tutti piccoli bambini, semplici e facciamo molti esercizi, diciamo come con la maestra d’asilo.

Nitzah: Come rompere il ghiaccio?

No, è diverso rompere il ghiaccio, qui diventiamo tutti quanti uguali; cosa si fa dopo questo cosiddetto riscaldamento? Abbiamo fatto degli esercizi nei quali abbiamo visto fino a che punto ci comprendiamo l’un l’altro, adesso vediamo in che modo possiamo completarci a vicenda. Le ricerche dicono che se dieci persone parlano fra loro, diciamo del tempo che farà tra una settimana, più o meno potranno calcolarlo in modo giusto, anche se nessuno di loro sa o ha sentito che tempo farà tra una settimana. Se noi guardiamo Oren e ci chiediamo quanto pesa: 50, 60 o 70 chili? Tutti insieme, perché ognuno da solo non riesce a farlo, arriviamo più o meno al numero vicino alla verità. Questo vuol dire che c’è, nel collegamento fra di noi, un certo focus, qualche cosa che sembra un miracolo. Qualcosa per mezzo del fatto che ci colleghiamo, ne parliamo, arriviamo insieme completandoci, non in liti, ma completandoci a vicenda, e proprio in questo modo noi giungiamo alla soluzione giusta.

Oren: Cosa vuol dire senza arrabbiarci, senza parlarne? Quando giungiamo a questo noi urliamo o discutiamo?

No! Qua noi recitiamo l’empatia, ognuno parla bene del prossimo e io sento che voglio includermi nella sua sensazione, anche se penso che lui sia stupido, mi sembra stupido, voglio rivestirmi in lui, comprendere chi è lui, come se dicesse le cose più intelligenti del mondo! Invece è stupido rispetto al mio ego che io annullo e lui è la persona più saggia, la migliore, più bella, come fosse un mio neonato, quindi mi includo e mi collego a lui.

Oren: Non ho compreso tutto questo, io nemmeno considero cosa pensa: ci sono delle persone che non voglio nemmeno sentire!

Non importa se tu lo apprezzi o no, chi te lo chiede? Tu fai i miei esercizi, esercizi di empatia. Ci sono nove persone in questo cerchio insieme a te, tu sei il decimo e tutte sono persone che non puoi sopportare. Noi facciamo un esercizio, quando entriamo, ci immedesimiamo in quello che dice il prossimo; all’inizio non voglio guardarlo, non voglio sentirlo assolutamente: uno perché ha i capelli rossi, l’altro ha il naso così, uno ha gli occhiali, quell’altra è grassa, quella è troppo magra, “senti come parla questo e quest’altra”, posso trovare difetti in ognuno di loro. Io chiudo gli occhi e…

Oren: Preghi?

No non prego.

Oren: Preghi affinché smetta tutto questo brutto sogno?

No, no, no un momento.

Oren: forse mi dicono che poi, chi passa tutti questi esami, rimane il lavoro.

Deve rimanerci! devi includerti in ognuno, in chi parla. Magari lei dice stupidaggini, cose che non valgono niente, sui vestiti, sulla moda, del fatto che ha ballato con qualcuno, non mi importa niente di quello che dice, mi fa schifo persino, ma io mi includo in lei e voglio sentire dal suo interno la stessa sensazione che lei descrive. Quando io voglio rivestirmi e entrare in lei, in quello che lei descrive, comprenderla, sentire la stessa sensazione che lei sente, questo vuol dire che io mi includo nel prossimo e cerco di immaginare la stessa sensazione che lei descrive, come in un libro che parla di un viaggio meraviglioso e io sento di andare in questa nave, verso questa isola, nell’oceano, così come io mi sono rivestito di tutti, sono entrato in queste descrizioni, io entro nella descrizione di questa donna, mi aiuta a usare l’immaginazione per includermi nel prossimo, io non annullo loro, annullo solo il mio ego per incorporarmi in loro.

Oren: Cos’è questo ego?

L’ego è non volerla vedere e fare tutte queste critiche. Io lo annullo, faccio esercizi, non dico che riusciremo subito, può darsi che succederà dopo una settimana.

Oren: L’essenza di questa fase è che io cerco, rispetto ad ogni persona che parla, di entrare nel suo racconto come se leggessi un libro, uscire in questo viaggio con lei, rispetto a quello che lei racconta, come fa un bambino che va su una barca, come Tom Sawyer: cosa mi dà tutto questo?

Ti dà degli strumenti nuovi con i quali comincerai a sentire quello che dice il prossimo, ad includerti, entrare in esso, essere con lui. Come tu dici: sei con me o non sei con me? Allora tu impari ad ascoltare attentamente il prossimo. Non importa cosa ti dà, prima non hai potuto farlo, non comprendevi che ti mancava questo, adesso hai la capacità di farlo, adesso bisogna aggiungere a te solamente la conoscenza, la consapevolezza di quanto ti può dare la possibilità di portarti avanti nel lavoro, perché se sentirai il prossimo, i tuoi lavori, i tuoi amici, le persone che lavorano con te, tu lavorerai molto meglio.

Oren. Cosa dà questo all’uomo?

Oltre ai soldi, dà buoni rapporti con tutti, loro comprendono che tu li comprendi, che tu li senti, saranno con te, quest’empatia comune vi porterà ad una situazione del tutto diversa, sarà piacevole, avrai buonumore al lavoro, sarai meno arrabbiato, non avrai attacchi di cuore e ti conviene!

Oren: L’empatia conviene! Grazie Rav Laitman, grazie Nitzah, grazie a tutti voi che siete stati con noi, empatia è una nuova vita e si impara ad ascoltare attentamente.

(Fine della conversazione)