Lezione del giorno20 mar 2007

Newspaper "Kabbalah for the Nation", issue 14

Newspaper "Kabbalah for the Nation", issue 14

20 mar 2007

L’Haggadà di Pesach secondo la Kabbalah

Brani scelti dall'articolo omonimo di Oren Levi

La saggezza della Kabbalah ci racconta che l’Haggadà di Pesach è un saggio kabbalistico che parla della nostra interiorità. La stessa ci conduce alla scoperta che il Seder Pesach è, in effetti, un’antica formula per fare ordine nella vita, e questo non solo nella nostra casa, in cucina e nelle altre stanze di casa, ma un vero Seder – ordine, un ordine interiore nel nostro cuore.

Il racconto

L’Haggadà di Pesach racconta che i nostri padri si sono recati in Egitto, quando c'era la fame nella terra di Canaan. In principio la loro vita in Egitto era buona, ma gradualmente, tutto cominciò a complicarsi. Loro iniziarono a percepire che il Faraone gli amareggiasse la vita. Il dominio del Faraone sulla loro vita era così forte, che i nostri padri non potevano sottrarsi ad esso. Sotto pressione e duro lavoro, essi allora hanno gridato al Creatore che li facesse uscire dalla schiavitù alla libertà. Questo è il riassunto del racconto ma, come suddetto, la Kabbalah ci rivela la dimensione kabbalistica, interiore, del racconto storico. Accingiamoci quindi a conoscere il suo significato nascosto ed a scoprire perché è così attuale per tutti noi.

Nel retroscena della realtà

Secondo la saggezza della Kabbalah "Egitto" è un nome in codice rispetto ad una situazione alla quale tutti giungeremo, e molti di noi lo percepiscono al giorno d'oggi, nel ventunesimo secolo. Sembra sorprendente? Questa è la spiegazione kabbalistica: Noi scopriamo, osservando la nostra vita, che ciò che ci spinge ad eseguire svariate azioni nella nostra vita è, in effetti, il nostro desiderio di conseguire piacere e godimento. Noi cambiamo posto di lavoro, la macchina, andiamo all'estero o mangiamo in un buon ristorante per trarvi soddisfazione. La nostra natura, l'ego, è quello che ci spinge a rincorrere continuamente i piaceri, per riempire se stesso. Il problema è che il piacere rilevato da ogni cosa che noi ci sforziamo di ottenere si dilegua in poco tempo.

Cercando di ottenere il piacere sperato noi ci imbattiamo in desideri di altre persone che ci disturbano e di conseguenza si creano dei conflitti. Questo accade in famiglia, nel posto di lavoro, ed anche a livello politico e mondiale. Ne consegue, che giungiamo ad una situazione nella quale è azionata su di noi sia una pressione esteriore che una pressione interiore. Gradualmente ci appare sempre più chiaro il fatto che ciò che ci apporta sofferenza è seguire l'ego. Oggi, proprio come nel racconto biblico, anche noi iniziamo a percepire la fame, una sensazione di vuoto. Questa percezione ha "preparato il terreno" per la rivelazione della saggezza della Kabbalah nella nostra generazione.

La Luce che lo studio della Kabbalah apporta alla nostra vita, ci rivela che anche ai nostri giorni noi siamo schiavi del "Faraone Re dell'Egitto", schiavi dell'ego che amareggia la nostra vita. La Kabbalah ci apre un varco per percepire che c'è una vita diversa e più bella "fuori dall'Egitto". Di conseguenza il "Faraone", l'ego che è in noi, riceve colpi. Dopo che l'ego ha assorbito le Dieci Piaghe, si crea in noi un potente bisogno di "uscire dall'Egitto", dall'ego, ed allora noi urliamo al Creatore che Lui ci salvi. Solo il Creatore che ci ha creato "schiavi" può liberarci dal dominio dell'ego, farci uscire dall'"Egitto" verso la libertà.

Questo è il vero significato della festa della libertà: l'uscita dall'Egitto, dal posto della schiavitù all'ego, verso la libertà. Oggi l'uscita dalla schiavitù dell'Egitto è più vicina che mai ed abbiamo fra le mani l'opportunità di "affrettarla" assieme. Quando usciremo e saremo liberi, si rivelerà davanti a noi un nuovo modo di vivere la vita. Sarà una vita d'unione ed amore fraterno, una vita di pace e tranquillità in tutti i livelli, compreso quello personale e quello sociale. Ora, dopo aver conosciuto il significato interiore del racconto dell'Haggadà, potremo capire a che cosa alludono, veramente, le usanze della sera del Seder.

"Mangiare il pane azzimo", l'impasto della pasta ed il controllo dello sguardo

Il pane azzimo è definito come il pane della povertà, dato che esso allude alla sensazione di vuoto nella nostra attuale situazione.

Povero secondo la Kabbalah è "povero in conoscenza", chi percepisce che possiede tutto e che ciononostante gli manca qualcosa. Da qui all'uscita dall'Egitto la strada è breve. Mangiare il pane azzimo–la mazzà simboleggia essere pronto a scappare.

È interessante constatare che nel processo della cottura del pane azzimo si è molto meticolosi nell'impastare la pasta senza interruzioni, affinché non lieviti. Ciò che è lievitato simboleggia nella saggezza della Kabbalah il desiderio egoistico col quale siamo stati creati, che ci imprigiona all’interno del “ristretto mondo” di amore per noi stessi. In un modo, simile a quello col quale noi impastiamo la pasta, noi dobbiamo controllare continuamente qual è il desiderio che ci guida, verso dove è direzionato il nostro sguardo, sé solo verso noi stessi o sé anche al prossimo. È ovvio che noi non siamo capaci di sopraffare l'ego con le nostre forze, dato che questa è la nostra natura. Però, il controllo stesso e l’aspirazione ad un cambiamento edifica in noi il vero appello al Creatore, la richiesta di aiuto, di correggere l'ego che il Creatore ha impresso in noi. Solo allora avviene il cambiamento anelato.

I quattro bicchieri di vino: le quattro fasi dell'uscita dall'ego

Anche questa antica usanza accenna, in realtà, a processi spirituali.

Il bicchiere simboleggia nella Kabbalah, la nostra capacità di ricevere la Luce che proviene dal Creatore. I Kabbalisti hanno scoperto che l'unica qualità che esiste nel Creatore è la qualità dell'amore. Quindi se ci relazioniamo l’uno con l’altro con amore, come il Creatore si atteggia con noi, diventiamo simili a LUI, ed in questo caso la Luce ci colma.

Il vino simboleggia la Luce del Creatore che opera su di noi in due fasi durante lo studio della Kabbalah: nella prima fase la Luce ci corregge e ci libera dal dominio dell'ego, e con questo ci ha fatto divenire simili al Creatore, e nella seconda fase ci riempie.

Perché si devono bere proprio quattro bicchieri di vino durante il Seder e non cinque o sei?

Bere quattro bicchieri allude ad un processo basilare nella Creazione. I Kabbalisti ci raccontano che l'ego che è in noi è stato creato in quattro fasi e che la sua correzione avviene anch'essa secondo lo stesso ordine. Ne consegue che i quattro bicchieri di vino simboleggiano le quattro fasi dell'uscita dall'ego verso il mondo spirituale che, per il momento, ci è nascosto. Lehaim!! Alla Vita!!

Siamo stati schiavi


La discesa verso l'Egitto è sempre caratterizzata da un processo che comprende fasi predeterminate. All'inizio la vita lì non sembra assolutamente negativa. L'uso dell'ego ci aiuta ad esistere, a svilupparci, a "fiorire", a godere la vita. Improvvisamente, proprio quando noi otteniamo il massimo successo e la massima prosperità, si espande in noi una percezione di vuoto e la vita diventa senza speranza. Questa sensazione continua fino a che, un giorno, come se fosse scaturita dal nulla, si rivela in noi una qualità nuova–Mosè. Quando la qualità di Mosè si rivela, essa ci porta alla saggezza della Kabbalah. Grazie al fatto di essere occupati con la Kabbalah, noi studiamo che siamo schiavi della nostra natura egoista e riveliamo il "Faraone", il despota che ci domina e che ci fa lavorare duramente.

Assieme a questa consapevolezza, "Mosè" ci apre un varco verso una nuova speranza, e ci fa vedere che esiste una via per vivere la vita in modo diverso. I Kabbalisti hanno scoperto in che modo l'ego ci aziona, e sono riusciti a liberarsi dal suo dominio. Essi ci insegnano che il primo passo verso l'uscita dalla schiavitù è comprendere che tutto quello che accade intorno a noi e dentro di noi è il risultato degli ordini che ci dà il "Faraone". Ma, assieme a questo, i Kabbalisti affermano che solo dopo essere usciti dal buio scopriremo che "siamo stati schiavi" ed ora siamo "liberi".

"E lo racconterai a tuo figlio": su padri e figli


I"Figli"
simboleggiano la serie di situazioni prossime che noi passeremo durante la nostra vita. Il "Padre" simboleggia la nostra situazione attuale e figlio simboleggia la nostra prossima situazione, una situazione più evoluta. Padre e figlio sono due situazioni che noi passiamo durante il nostro sviluppo spirituale.
"In ogni generazione ognuno deve considerare se stesso come se fosse uscito personalmente dall'Egitto, poiché è scritto "e lo racconterai a tuo figlio".

Questo detto accentua che, tutte le situazioni meravigliose che noi percepiremo nel mondo spirituale sono l'effetto della stessa uscita dall'ego, dall'Egitto. Solo dopo "L'uscita dall'Egitto" si aprono davanti a noi nuovi orizzonti, e quindi si usa sempre ricordarlo, dicendo "ricordo dell'uscita dall'Egitto".